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L’uomo delle anfore

anforeIn tutti i grandi viticultori, c’è sempre un padre che insegna ai propri figli l’amore per il vino, così è stato anche per Josko Gravner, suo padre produceva vino e lui fin da giovane ne ha seguito gli insegnamenti, lo faceva come si usava in quella terra, dove il vino non mancava mai dalle tavole dei friulani.
Ma poi si sa, quello che fanno e dicono i vecchi, ai giovani sta stretto e allora via con le nuove sperimentazioni, acciaio, barrique, correzioni in cantina, fino a quando tutto questo crolla, crollano convinzioni e certezze. E’ bastata una grandinata che ha distrutto quasi il 90% del raccolto nel lontano 1996 per far dire a Josko “così non va!”. L’acciaio che non ha niente di naturale, le barrique che coprono la vera identità del vino, le alchimie che si fanno in cantina, Josko decide di tornare a fare il vino non come lo faceva suo padre, ma i nostri antenati, accostandosi alla coltura biodinamica.
Si è fatto prestare un’anfora da un amico e ha provato, ha voluto rischiare grosso, ha rischiato il futuro dell’azienda, ma il risultato che nel 2001 ne è uscito lo ha conquistato.
Nella nostra intervista ci dice che quel vino gli piaceva molto, anche se c’erano ancora cose da modificare e così caricato di nuova energia parte per l’Armenia in cerca di un artigiano che costruisca anfore in terracotta, le prime 11 anfore arriveranno in Italia rotte, ma Josko non molla, torna in Armenia e ne ordina altre, anfore da 1300 e 2400 litri spalmate di cera d’api all’interno per la loro conservazione.
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Inizia la sua sperimentazione con poche anfore e quando capisce che questa è la strada che lui vuole percorrere costruisce la “dimora delle anfore”, una cantina interrata senza fondamenta ma sorretta da micropali, una sorta di palafitta perché ci spiega Mateja Gravner, il terreno deve essere lo stesso dove crescono le viti, una sorta di continuità del terreno esterno dove attualmente sono interrate ben 46 anfore.
L’attenzione e il rispetto per l’ambiente nasce già nel vigneto e questo lo si può vedere osservando il loro vigneto più grande: il Runc situato in una collina devastata dalle due grandi guerre. Sono cinque ettari e mezzo e fra i filari svettano cipressi e alberi da frutto, meli, peri, ulivi, albicocchi e molte altre piante che spezzano la monocoltura e danno respiro alla vigna. A suggellare tutto questo, Josko ha introdotto 250 nidi artificiali, per permettere agli uccellini di nidificare e poter tornare nelle terre che appartenevano a loro prima che l’uomo se ne appropriasse.
Coerente con le sue decisioni “estreme”, nel 2012 ha deciso di espiantare tutti i vecchi vitigni di Sauvignon, Pinot grigio, Chardonnay e Riesling per dedicarsi quasi totalmente alla coltivazione della Ribolla, allevata con sistema ad alberello e alberello a ventaglio, l’unica eccezione la fa il Pignolo da cui si ottengono vini ricchi di tannino e molto particolari.
I trattamenti in vigna vengono fatti solo al bisogno, potature seguendo le fasi lunari, trattamenti con rame e zolfo, ma anche con propoli e alghe polverizzate che aiutano a diminuire l’utilizzo di rame e zolfo.
La raccolta dell’uva è sempre tardiva, avviene all’incirca a metà ottobre, “perché bisogna saper aspettare che la pianta nutra il grappolo di tutte quelle sostanze in modo che io non debba fare alcun intervento in cantina”. Le uve vengono torchiate e messe dentro alle anfore dove rimarranno per qualche mese a fermentare con continue follature fino a quando anche il processo della malolattica sarà esaurito.
Viene successivamente fatto lo svinamento ossia separata la parte solida da quella liquida, rimesso nelle anfore per altri 5-6 mesi ed infine sosta in grandi botti di rovere dove rimane per sei anni. Il ciclo magico dei sette anni che per Josko rappresenta la completa maturità di un vino.
Le tipologie prodotte sono: Bianco Breg prodotto solo fino al 2012, Ribolla, Rosso Breg (Pignolo) e Rosso Gravner (Merlot e Cabernet), vini che devono essere bevuti per tornare alle origini.

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